L’ultimo giorno di Carnevale

Noepoli - Detti e usanze

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Dimenticata, in un silenzio interrotto soltanto dal grido di quello strano uccello che per ben sette volte si era affacciato dal piccolo buco del vieto orologio a cucù, Angelina si pettinava la chioma riflettendosi nello specchio dalla superficie deformata che le rendeva paffute le asciutte fattezze.
Doveva fare in fretta. La campana grande aveva appena terminato di esplodere il suo ultimo rintocco e, da lì a poco, lo svigorito prevosto avrebbe esposto il Sacramento per dare inizio all’ultima lunga giornata di adorazione. Quaranta dovevano essere le ore da passare fissi a guardare il radiale nel quale il Dio fatto pane avrebbe accolto ogni penitenza per espiare i peccatacci di tutti i debosciati del paese che si erano dati, in quel periodo, ai bagordi carnascialeschi più sconsiderati e a motteggi d’ogni sorta. Quaranta le ore, come quaranta sarebbero stati i giorni a venire, quelli del digiuno. Ma allora il digiuno era…

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